Mons. Antonio Giuseppe Caiazzo, neoeletto Vescovo della Diocesi di Cesena-Sarsina, questa sera ha pronunciato l’omelia nella Cattedrale di Tricarico durante la Messa di ringraziamento per il servizio pastorale svolto nella Diocesi di Tricarico, dal 4 marzo 2023 unita in persona Episcopi a quella di Matera-Irsina.
Questo il testo:
“Carissimi fratelli e sorelle dell’amata Chiesa di Tricarico, autorità civili e militari, confratelli nel sacerdozio, religiose.
Ci troviamo qui oggi per celebrare l’Eucaristia e rendere grazie a Dio.
Ogni momento della nostra vita è guidato dalla speranza che ci abita, dalla certezza che Dio entra nella nostra storia personale e comunitaria.
È una gioia riconoscerlo e accoglierlo nel nostro cuore.
Lui bussa sempre all’anima di ciascuno di noi, desiderando plasmarci nella sua infinita misericordia.
Un ricordo particolare per Papa Francesco.
La nostra preghiera per lui, per la sua salute, salga come profumo d’incenso gradito a Dio e ci ottenga quella grazia che stiamo implorando: tornare presto a guidare la Chiesa universale.
Lo affidiamo alla Madonna del Carmine.
In questo periodo, ho riflettuto su un pensiero di Susanna Tamaro, che dice:
“Il cammino interiore che conduce alla libertà è il cammino di chi ha il coraggio di alzare lo sguardo verso il cielo e riconoscere la propria debolezza.
Nella debolezza sente il suo nome pronunciato forte e risponde: Chi mi ama? È a questo punto che nasce l’unicità del proprio cammino, che ci conduce a esistere nella libertà”.
E aggiungo io: l’unicità del nostro cammino si manifesta quando accettiamo di essere chi siamo, con tutte le nostre imperfezioni.
La libertà si traduce allora in una vita vissuta con consapevolezza e autenticità ma nella convinzione che l’errore è connaturato alla nostra natura umana.
Con questa consapevolezza, ho meditato sulla liturgia della Parola di oggi, per condividere alcuni spunti significativi e congedarmi da voi fisicamente ma non spiritualmente.
La prima lettura, tratta dal libro del Siracide, ci offre una riflessione profonda sull’amicizia, un tema di sempre, ma sempre attuale.
I seguaci di Epicuro, ad esempio, interpretavano l’amicizia come un legame legato ai piaceri della vita.
Era la loro filosofia di vita come antidoto alla solitudine.
In contrasto, il Siracide presenta un’approfondita riflessione sui legami familiari e affettivi, invitandoci a considerare la dignità reciproca nelle relazioni.
Ha, dunque, bisogno di riflettere sulla fede che professa per essere meglio istruito sull’amicizia, sugli stessi affetti intimi.
L’autore sottolinea l’importanza della prudenza nel nostro modo di parlare e giudicare, affinché non perdiamo il tesoro che Dio ha posto nel nostro cuore.
Una frase che risalta è: “Chi trova un amico trova un tesoro”.
È una espressione che ormai fa parte anche del nostro comune dire.
Questo si ricollega alla sapienza di Israele già presente nel libro dei Proverbi (18,19), che invita l’uomo capo famiglia a sentirsi alla pari con gli altri componenti familiari, superando i limiti affettivi, per valorizzare ancor di più i legami.
Negli ultimi due anni, vissuti intensamente, il Signore ci ha guidato verso una bella comunione fraterna, soprattutto tra sacerdoti e vescovo, invitandoci a cercare il bene dell’altro, evitando la tentazione di strumentalizzare le relazioni.
Come vescovo, ho cercato di guardare a Cristo, il buon pastore, desiderando il bene del singolo sacerdote, dell’intero gregge della Chiesa di Tricarico, stando davanti, dietro, in mezzo ad esso, senza mai cercare consensi.
Anche nei momenti di apparente stabilità, ho sempre ascoltato la voce di Gesù che mi dice: “Ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare” (Gv 10,16).
Ho avuto ancora una volta la conferma che la logica di Dio è diversa dalla nostra, che spesso è influenzata da calcoli e convenienze.
Ricordiamo che la storia che Dio scrive con noi è piena di sfide, ma sempre leale, poiché desidera il nostro bene e ci libera dalle trappole del male.
Papa Francesco, nel 2017, sottolineava che ogni pastore deve prepararsi a congedarsi bene, affinché questo momento non sia segnato da legami non purificati dalla Croce di Gesù.
Il Papa sottolinea tre atteggiamenti dell’apostolo Paolo:
- il primo è il coraggio di non tirarsi indietro;
- il secondo è l’obbedienza allo Spirito, che ci guida nel cammino;
- il terzo è la consapevolezza che la propria vita non è il centro della storia, ma si è chiamati a servire.
Desidero ringraziare quanti, confratelli sacerdoti, consacrate e laici, mi avete sostenuto in questo cammino, pregando per me.
Anche il cuore di un vescovo conosce il dispiacere e le lacrime, ma sono sereno perché so che ubbidire a Cristo attraverso la Chiesa è sempre la scelta giusta.
Diceva S. Oscar Romero:
“La mia voce scomparirà, ma la mia parola che è Cristo resterà nei cuori di quanti lo avranno voluto accogliere.
Fratelli, custodite questo tesoro.
Non è la mia povera parola a seminare speranza e fede; è che io non sono altro che l’umile risuonare di Dio in questo popolo”.
Nel brano del Vangelo proclamato, Gesù si trova in Giudea, circondato da una folla che lo cerca.
Tuttavia, ci sono sempre quelli che, come i farisei, cercano di metterlo alla prova.
Sarà una costante durante tutta la sua azione pastorale.
In questo contesto, come ascolteremo nel vangelo di domani, Gesù conclude compiendo un gesto significativo: benedice i bambini, sottolineando che ogni Parola che proviene da Dio è benedizione, e chi dialoga con Dio diventa strumento di benedizione.
In questo brano, l’evangelista Marco ci mostra il significato della sequela di Cristo e come applicarla concretamente, affrontando temi come il matrimonio, la ricchezza e l’autorità, aspetti che toccano anche noi sacerdoti.
Oggi viviamo una crisi familiare e sociale, in cui i valori cristiani sembrano indebolirsi.
Papa Francesco ha espresso l’idea che “la crisi della famiglia è una crisi della vita” in diverse occasioni, spesso parlando dell’importanza della famiglia come fondamento della società e del suo ruolo nel sostenere la vita umana e i valori fondamentali.
Di cosa abbiamo bisogno?
Di fermarci, confrontarci, ascoltarci, attingere alla ricchezza di ognuno, senza lasciarci vincere dalla superficialità e dall’indifferenza che rappresenta il male peggiore.
Al termine del mio servizio pastorale in mezzo a voi, vi invito a seguire l’esortazione di San Paolo:
“Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà” (Rm 12,2).
Siamo di Cristo, apparteniamo a lui, e in lui siamo chiamati a essere uomini di speranza, viandanti di speranza.
Anche per il vescovo, l’anello simboleggia il legame sponsale con la Chiesa
Ho cercato di rispondere alla chiamata di Gesù per servire e amare la Chiesa con fiducia: prima a Matera-Irsina, poi, in persona episcopi, con Tricarico, ora con Cesena-Sarsina.
Nel tempo che va dal 20 Dicembre ho spesso chiesto al Venerabile Mons. Raffaello Delle Nocche, di aiutarmi a comprendere meglio la chiamata del Signore attraverso la Chiesa.
Mi sono sembrate molto illuminanti le parole che scrive proprio all’inizio della sua prima lettera pastorale:
“Il sacro comando, con cui il nostro Sommo Pontefice mi designava Pastore di codesta insigne Diocesi, gettò la trepidazione nel mio spirito, al pensiero della pochezza del mio intelletto e della deficienza in me d’ogni merito e d’ogni virtù.
Sennonché le auguste parole di conforto e d’incoraggiamento dettemi dal S. Padre, la considerazione che la mano di N. S. Gesù Cristo è visibilmente stesa, in ogni tempo e in ogni luogo, sul capo dei Vescovi per benedirli, per guidarli e per sostenerli in tutte le lotte e in tutti i dolori, e il dovere stesso dell’ubbidienza alla suprema Autorità della Chiesa mi piegarono con fiducia al pauroso incarico”.
Mi ha confermato che la chiamata a servire è un incarico che porta con sé timore, ma anche la certezza che la mano di Dio sostiene sempre i suoi pastori.
Soprattutto a voi, confratelli sacerdoti, chiedo perdono se in questi due anni forse non ho saputo esprimere pienamente la carità, la paternità.
Ho cercato, in obbedienza alla Chiesa, di avviare un processo di unificazione non semplice. Ho fatto quanto mi è stato chiesto e quello che ho potuto.
Il brano del Vangelo ci ricorda che l’amore muove ogni cosa e che l’amore di Dio è eterno.
Questo vale per tutte le vocazioni, ma richiede un sì che si rinnova ogni giorno.
L’amore diventa malato quando il cuore si indurisce, ma è solo attraverso un continuo rinnovamento che possiamo rimanere fecondi nella nostra missione.
Da parte nostra, da parte mia, un solo atteggiamento: fidarsi di Dio, come la Madonna che veneriamo sotto il dolce titolo del Carmine, del nostro S. Patrono Potito capace di sacrificare la sua vita per la gloria del Signore e il bene della Chiesa e di S. Pancrazio. Il Venerabile Mons. Delle Nocche e la Serva di Dio Maria Marchetta preghino per noi.
Pregate per me e accompagnatemi sempre con la preghiera perché continui a servire la Chiesa di Cristo con rinnovato amore, con il solo desiderio di fare la sua volontà in terra di Romagna, nella Diocesi di Cesena-Sarsina.
Così sia”.